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1 problemi posti dal Nilo non
sono soltanto di natura tecnica e la loro soluzione non dipende
soltanto dall’abilità e dalla inventiva degli scienziati e degli
ingegneri, I problemi forse più difficili da risolvere sono di
natura politica.
Diamo ancora un’occhiata alla carta geografica. Dall’Equatore sin
quasi al 32° parallelo nord, il Nilo corre per più di seimila
chilometri, aprendosi la strada tra foreste, savane, steppe,
deserti. Nel suo lungo percorso (è il più lungo fra tutti fiumi
della Terra) attraversa quattro grandi stati, abitati da popoli
molto diversi e non sempre in relazioni amichevoli tra loro:
l’Uganda, dove nasce il Nilo Bianco, l’Etiopia, dove nasce il Nilo
Azzurro, il Sudan, dove il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro mescolano
le acque, e infine I’ Egitto.
L’Egitto, il cui suolo è quasi completamente desertico, dipende
interamente dal Nilo per il suo fabbisogno di acqua ed è quindi lo
stato che più degli altri ha necessità di esercitare uno stretto
controllo sulla portata del fiume. Tale controllo però non può
estendersi al di là delle sue frontiere e la quantità di acqua che
arriva in Egitto dipende in definitiva dalla volontà degli stati più
meridionali.
La
realizzazione di grandi opere di sbarramento e di irrigazione nel
Sudan o in Etiopia, per esempio, può far diminuire sensibilmente la
portata del fiume, mentre la costruzione di canali in zone paludose,
favorendo il deflusso delle acque del Nilo e diminuendo le perdite
dovute alla forte evaporazione, può farla aumentare altrettanto
sensibilmente. Insomma, chi controlla l’alto corso del Nilo
controlla tutta la vita della vallata.
È comprensibile che l’Egitto abbia reagito a tale situazione
cercando di spingere più a sud possibile le proprie frontiere. Nel
secolo scorso, per iniziativa di Mohammed Ali, gli Egiziani
intrapresero la conquista del Sudan e cercarono di legare
stabilmente a sé questa regione promuovendone lo sviluppo economico.
Ma l’unità della valle del Nilo non ebbe il tempo di consolidarsi.
L’apertura del canale di Suez aveva attirato l’attenzione delle
potenze europee su questa regione. La Gran Bretagna in particolare,
per assicurarsi il controllo di questa nuova, importantissima via di
comunicazione, cominciò ad intervenire in modo sempre più aperto e
massiccio negli affari egiziani, fin quando, nel 1882, le sue truppe
occuparono il paese. Anche se formalmente non diventava una colonia,
l’Egitto perdeva di fatto, con l’occupazione inglese, la propria
indipendenza.
Proprio in questo periodo il Sudan si ribellò. Alla testa della
rivolta si pose un capo locale che, dando una veste religiosa
all’insurrezione, si definì Mahdi, cioè Messia, e dichiarò di voler
rinnovare e purificare la religione musulmana: in qualità di Mahdi
proclamò la guerra santa contro i corrotti egiziani e gli infedeli
inglesi. In realtà la rivolta era una manifestazione di nazionalismo
sudanese, che mal tollerava il predominio egiziano.
L’indipendenza del Sudan sotto il Mahdi e i suoi successori durò
meno di un ventennio. Nel quadro della spartizione dell’Africa da
parte delle potenze imperialistiche europee, la regione era ormai
contesa tra Francia e Gran Bretagna.
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